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Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro Va' dai miei fratelli e di' loro: Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro

20,11 Maria invece continuava a stare (in piedi) presso il sepolcro, fuori, piangente. Mentre dunque piangeva, si chinò verso il sepolcro

12 e contempla due angeli in bianche (vesti) seduti uno alla testa e uno ai piedi dove giaceva il corpo di Gesù.

13 E le dicono quelli: Donna, perché piangi? Dice loro: Levarono il mio Signore e non so dove lo posero.

14 Dette queste cose, si voltò indietro e contempla Gesù che sta (in piedi) e non sapeva che è Gesù.

15 Dice a lei Gesù: Donna, perché piangi? Chi cerchi?  Quella, pensando che fosse il giardiniere, gli dice: Signore, se tu lo portasti, dimmi dove lo ponesti, e io lo leverò.

16 Le dice Gesù: Mariam! Voltatasi, quella, gli dice in ebraico: Rabbunì! che si dice: Maestro.

17 Dice a lei Gesù: Non (continuare a) toccarmi; infatti non sono ancora salito al Padre. Ora va' dai miei fratelli e di' loro: Salgo al Padre mio e Padre vostro e Dio mio e Dio vostro.

18 Viene Mariam la Maddalena annunciando ai discepoli: Ho visto il Signore e che le disse queste cose.

 

1. Messaggio nel contesto

«Va' dai miei fratelli e di' loro: Salgo al Padre mio e Padre vostro e Dio mio e Dio vostro».

Chi ha visto il Signore, riceve questo messaggio da portare ai suoi fratelli.

Maria Maddalena è la sposa che cerca lo Sposo, figura della comunità che cerca il suo Signore. Finalmente i due si incontrano. Nel giardino, dove s'innalza l'albero della vita, c'è anche la stanza nuziale, dove lo Sposo si è unito all'umanità con un amore più forte della morte. Qui la sposa lo abbraccia. È la scena più bella, «entusiasmante» del Vangelo. Come nel Cantico dei Cantici, i due si ritrovano, anticipando le nozze di Ap 21-22. Dio raggiunge il fine che si era proposto dal principio: nel giorno «uno dei sabati» (cfr. v. 1) si compie la creazione nuova. Gesù e Maria sono la nuova coppia originaria.

Questo racconto sviluppa il precedente, dove si parla del discepolo amato che «vide e credette» (v. 8). Si può guardare senza vedere: solo chi ama, vede. Infatti l'amore ha occhi nuovi, perché ha cuore nuovo; come sta scritto: «Vi darò un cuore nuovo» (Ez 36,26) e allora «tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande» (Ger 31,34). L'amore è principio di fede e di conoscenza: uno crede e conosce solo ciò che ama.

Ma chi ama rimane nella tenebra fino a quando non ascolta il proprio nome dalla bocca dell'amato. Egli conosce personalmente le sue pecore ed esse riconoscono la sua voce (cfr. 10,3s). Per loro ha esposto, disposto e deposto la propria vita; per questo ha il potere di riprenderla di nuovo, vincendo la morte (cfr. 10,1-18). Ma, fino a quando il Risorto non si manifesta, Maria resta nel pianto. Il suo cuore è un sepolcro, dove l'amato è presente come morto e assente come risorto. Solo quando lui la chiama per nome, esce dal lutto al pascolo della vita, e della vita in abbondanza (cfr. 10,3.9.10).

Il discepolo amato, che «vide e credette», rappresenta l'essenza della fede come risposta alla domanda che pone a tutti il sepolcro vuoto. Con Maria si esplicita un ulteriore aspetto: la fede è amore che vede, tocca e ascolta il Signore stesso. Se del primo si dice che «vide» – non Gesù, ma i segni – e «credette» in lui, di Maria si dice che «ha visto il Signore». Si passa ora dal vedere i segni che fanno credere, al vedere il Signore che rende credibili i segni. Le due scene hanno in comune l'amore.

Il racconto è riportato da Mt 28,9-10, con espressioni simili. Giovanni però non è preoccupato di annunciare che Gesù è risorto e si farà vedere in Galilea. Spiega invece, come al solito, cosa significhi per noi il suo farsi vedere.

In Maria vediamo come l'amore diventa esperienza del Risorto: «Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui» (14,21b). L'amore infatti rende presente e manifesta l'amato a chi lo ama. «Vedere e toccare» il Signore, riservato a Maria e ai primi discepoli, è anticipo dell'incontro finale e, insieme, rivelazione del suo nuovo modo di essere sempre con noi: è la presenza, spirituale e gloriosa, di colui che, salito al Padre, ci dà il suo Spirito? perché anche noi, andando verso i fratelli, andiamo dove lui è. Il giorno di Pasqua in Giovanni è già il suo ritornare a noi, come aveva promesso (cfr. 14,3.19-20; 16,16-20), per vivere in noi, come noi in lui. L'opera del Figlio, già perfetta in lui, continua nei suoi fratelli: il suo ritorno al Padre sarà pienamente compiuto quando anche noi tutti avremo fatto il suo stesso cammino. Allora la nostra casa sarà piena di profumo: il sepolcro odorerà di vita e Dio sarà tutto in tutti (1Cor 15,28).

La presenza dei due angeli nel sepolcro, descritta pure dagli altri evangelisti, è ricordata da Giovanni come di passaggio, per sottolineare il lutto di Maria. La parola dell'angelo (= annunciatore), testimone della risurrezione, è necessaria. Ma qui, come nel racconto della Samaritana, si evidenzia l'importanza di giungere all'incontro personale con il Signore (cfr. 4,41s): la fede è quel credere alla Parola che diventa esperienza diretta di Colui che parla. Ogni parola infatti comunica sia ciò di cui si parla, sia colui che parla. Il Vangelo di Giovanni inizia proclamando l'identità tra Gesù e le sue parole: egli è la Parola stessa, il Figlio rivelatore del Padre, che si volge a noi per comunicarci se stesso. Ogni parola esteriore suscita una parola interiore: dicendone il nome, fa venire alla luce ciò che è sepolto nel cuore. Così la parola del Figlio, che ascoltiamo nell'orecchio, risveglia in noi la nostra verità profonda: siamo suoi fratelli, figli dello stesso Padre.

Maria, piangente per l'assenza dello Sposo, è restituita alla gioia dalla sua presenza. È triste perché ama Gesù e non lo trova. La sua scomparsa dal sepolcro inquieta tutti, amici e nemici, anche se in modo diverso (cfr. Mt 28,11-15). È il fatto più sorprendente avvenuto nella storia, che restituisce all'esistenza il suo senso, liberandola dall'ipoteca della morte.

Nel racconto precedente si è accennato all'importanza dell'amore per vedere e leggere i segni del Risorto. Ma chi ama, finché non vede l'amato, è triste. Solo l'incontro con lui fa passare dal pianto alla gioia.

Il passaggio dalla tristezza alla gioia è la nostra stessa risurrezione, frutto dell'incontro con lui. È proprio di Dio dare gioia; è proprio e solo di Dio dare gioia senza altro motivo che il suo annunziarsi al cuore. Allo stesso modo è proprio del nemico combatterla con tutti i mezzi. La gioia, corona dell'amore corrisposto, è manifestazione di Dio, segno sicuro della sua presenza: «Dio è amore; chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui» (1Gv 4,16b). Dove non c'è gioia, non c'è Dio;anche se ci fosse perfetta osservanza e giustizia, c'è morte.

«Vedere» il Risorto è questione di «discernimento»: il cuore puro vede Dio (cfr. Mt 5,8), che è sempre all'opera in noi e fuori di noi. E ciò che purifica il cuore è l'amore, che dà luce agli occhi.

Il racconto comincia con il pianto di Maria che resta presso il sepolcro (vv. 11-13). Gesù, di sua iniziativa, si fa riconoscere e la invia ai fratelli (vv. 14-17). Essa proclama loro d'aver visto il Signore e annuncia il messaggio ricevuto (v. 18).

Gesù viene incontro a Maria, che lo attende con amore, e si fa riconoscere da lei chiamandola per nome.

La Chiesa, rappresentata da Maria Maddalena, è la sposa che trova l'amato del suo cuore. Inizia così il cammino con il quale lo Sposo la attira a sé (cfr. Ct 1,4a) e la porta ad essere sempre là dove lui è (cfr. 14,2-4).

 

2. Lettura del testo

v. 11: Maria invece continuava a stare (in piedi) presso il sepolcro. Dopo la seconda notte di angoscia, ai primi chiarori dell'alba, Maria è uscita. Ha attraversato la città per andare al sepolcro dove è deposto il suo amato. L'ha cercato, ma non l'ha trovato. È tornata indietro ad avvisare gli altri e di nuovo è uscita per vedere dove riposa. La scena allude alla sposa di Ct 3,1-4.

A differenza dei discepoli, che se ne sono tornati presso di sé (v. 10), lei non si stacca dal luogo che costituisce l'ultimo ricordo di colui che ama. Lì ha dormito il suo sonno. Ma ora non c'è più e resta di lui, unica compagnia della sposa, il vuoto e il desiderio.

Maria non può abbandonare il luogo dove lui, nel suo amore estremo, è arrivato. È ormai la sua casa. Qui, dove finisce ogni ricerca, comincia l'attesa. Oltre il sepolcro vuoto – oltre la morte della morte (questo significa in realtà il sepolcro vuoto) – non c'è più nulla da cercare. C'è solo da attendere che il Signore della vita riappaia là dove è scomparso. Il chicco di grano fruttifica là dove è caduto in terra.

fuori. Pietro e il discepolo amato sono entrati per constatare l'assenza di Gesù e per vedere i segni. Maria, vedendo scoperchiato il sepolcro, rimane fuori. Non cerca segni, ma il suo Signore.

piangente. Gesù aveva detto: «Piangerete e gemerete voi [...]. Voi vi rattristerete, ma la vostra tristezza diventerà gioia» (16,20), perché «di nuovo vi vedrò e si rallegrerà il vostro cuore e la vostra gioia nessuno può levare da voi» (16,22b-23a). Dopo il breve tempo in cui lo vedono sulla croce e il breve tempo in cui non lo vedono più (16,17), dopo la tristezza e l'afflizione del parto, giunge il tempo della gioia piena: è venuto alla luce l'uomo nuovo (16,21). Le lacrime sono acque natali, da cui vien fuori il suo amato. Ci sono delle cose che vedono solamente gli occhi che hanno pianto.

Il pianto inconsolabile di Maria è come quello per la morte di Lazzaro, che da Maria di Betania si comunica a tutti, fino a far lacrimare Gesù stesso (cfr. 11,33-35): «Vedi, come lo amava!» (11,36). È lutto per l'assenza del suo Signore e desiderio della sua presenza. Il pianto è la prima forma di preghiera, propria del bambino: trova sempre un orecchio che l'ascolta (cfr. Gen 21,16s).

mentre dunque piangeva. Si sottolinea il pianto di Maria, tenace come il suo amore. Essa rimane accanto al suo sepolcro, vicino al luogo dove fu crocifisso e trafitto (cfr. 19,41). Qui è stato posto. Dov'è ora?

Le lacrime di Maria, come quelle di Gesù (cfr. 11,35), irrigano la terra e fanno germogliare l'amato. L'amore muore dove non è corrisposto e vive ovunque è amato.

si chinò verso il sepolcro. Il suo sguardo, mentre piange, torna al sepolcro, pieno di vuoto. 

v. 12: contempla due angeli in bianche (vesti). I due angeli, a differenza che negli altri Vangeli, non recano alcun messaggio. Hanno solo la funzione di indicare dove era il corpo di Gesù. Annunciatori del mondo divino, sono come i due cherubini dell'alleanza, posti nell'arca, da dove Dio parla con l'amico Mosè (cfr. Es 25,17-22). La Presenza ormai è in quel corpo assente, che ha realizzato l'amore estremo.

Gli angeli sono in bianche vesti. È il colore della luce, vittoria sulla tenebra, vita senza ombra di morte. 

v. 13: le dicono quelli. I due angeli non dicono ciò che sanno; solo interrogano Maria, preparandola all'incontro con Gesù. La loro presenza la lascia indifferente. Non è interessata a loro; cerca solo l'amato del suo cuore (Ct 3,3).

donna, perché piangi? La stessa domanda le rivolgerà anche Gesù (cfr. v. 15). Maria piange perché è malata d'amore (Ct 2,5; 5,8). Il suo diletto è scomparso: «lo venni meno per la sua scomparsa. L'ho cercato, ma non l'ho trovato, l'ho chiamato, ma non m'ha risposto» (Ct 5,6). Gli angeli sanno che è risorto. Perché non glielo dicono? Quand'anche Maria sapesse che è risorto, non le basterebbe: vuole incontrarlo. La ferita d'amore è guarita solo dalla presenza dell'amato.

levarono il mio Signore. Se il Signore fosse lì, Maria lo piangerebbe come morto. Ma se è altrove – fosse anche risorto – ne sente ancor di più la mancanza. Se è morto, dov'è? Se è risorto, perché non le si fa incontro?

e non so dove lo posero. Maria suppone ancora che sia stato trafugato (cfr. v. 2). Cerca «dove» sta il suo Signore. Anche i primi discepoli domandarono a Gesù: «Dove dimori?» (1,38). Insieme al Cantico dei Cantici, la chiamata dei primi discepoli (cfr. 1,35-39) fa da sfondo a questo racconto. Questo suggerisce l'identità tra il Crocifisso e il Risorto: l'uomo che essa incontrerà è la stessa persona conosciuta in Galilea, non una larva o una proiezione dei suoi desideri. 

v. 14: dette queste cose, si voltò indietro. Maria percepisce una presenza alle spalle. Si volta, allontanando lo sguardo dal sepolcro. Deve guardare dalla parte opposta al luogo della morte per incontrare il Signore della vita. Non bisogna cercare tra i morti il Vivente (cfr. Lc 24,5): «Guardate a lui e sarete raggianti» (Sal 34,6).

Il Signore sta sempre alle spalle, perché è lui che viene a cercarci. Se noi lo cerchiamo, non lo troviamo; a meno che ci fermiamo e ci voltiamo per lasciarci trovare.

e contempla Gesù. In greco c'è la parola contemplare (theoreĩn). Il termine si usa per gli spettacoli, nei quali si guarda con sorpresa ciò che appare sulla scena.

che sta (in piedi). Il suo corpo, che giaceva nel sepolcro, ora sta fuori, ritto in piedi. È il vincitore della morte.

non sapeva che è Gesù. Maria, dopo essere andata oltre gli angeli, guardie del sepolcro, trova l'amato del suo cuore (cfr. Ct 3,4a). Ma non lo riconosce, anche se è presente. Dio è sempre una presenza misconosciuta, perché sommamente discreta, come l'amore. Tutti i racconti di risurrezione sono narrazioni di «riconoscimento». Lui è il Vivente: tutto è in lui e lui in tutto. L'illuminazione non è vedere altro da ciò che c'è, ma avere occhi nuovi e cuore nuovo per vedere l'Altro che c'è. I nostri occhi non lo vedono, perché sono rivolti verso il sepolcro. Anche questo è ormai pieno di profumo. Eppure noi continuiamo a guardare le paure che abbiamo nel cuore. 

v. 15: donna. Come gli angeli, anche Gesù interpella Maria col nome di «donna». Così chiamò sua madre alle nozze di Cana e sul Calvario, la Samaritana al pozzo e l'adultera perdonata nel tempio.

perché piangi? Si dà molto rilievo al pianto di Maria. Ricordato due volte dall'evangelista nel v. 11, ora Gesù, come poco prima gli angeli (v. 13), le domanda perché piange.

Sa bene perché piange. Per lui, per la sua morte, per la sua scomparsa dal sepolcro. Le lacrime, che sgorgano dal suo abisso di dolore, le purificano gli occhi per vedere colui che cerca; anzi colui che l'ha cercata e l'ha trovata. Ma, se non cessano, fanno da velo. La tristezza che muove a cercare Dio è buona, ma impedisce di trovarlo a chi già lo cerca. Deve però uscire tutta dal nostro cuore, perché possa tutto riempirsi di gioia nell'incontro con il Risorto.

chi cerchi? La seconda domanda di Gesù a Maria richiama la prima domanda rivolta ai discepoli: «Che cercate?» (1,38). È la stessa rivolta ai nemici nel giardino degli olivi: «Chi cercate?» (18,4).

L'uomo è desiderio, sempre in cerca di quanto lo possa soddisfare. Ma si può cercare il Signore per prenderlo o per esserne presi, per togliergli o per ricevere la sua vita. Nella cappella degli Scrovegni si possono confrontare, l'uno di fronte all'altro, i due abbracci, di Giuda e della Maddalena.

Il tema cercare/trovare è connesso con quello della Sapienza, sposa del sapiente: «Questa ho amato e ricercato fin dalla mia giovinezza, ho cercato di prendermela come sposa, mi sono innamorato della sua bellezza» (Sap 8,2). «Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà, la troverà» (cfr. Sap 6,14). Ma non dentro il sepolcro, bensì fuori di esso. Infatti è sapienza di vita, non di morte.

Maria si è alzata ed è corsa di buon mattino per le strade e per le piazze della città, in cerca del suo amato (Ct 3,2).

pensando che fosse il giardiniere. Dove si innalza l'albero della croce, c'è un giardino con un sepolcro nuovo, nel quale nessuno ancora è stato posto, prima di Gesù (19,41). La passione del Signore, iniziata in un giardino (18,1), si conclude in questo giardino.

Il giardiniere richiama Adamo, il primo uomo, partner di Dio, chiamato a coltivare e custodire l'Eden (Gen 2,15). Maria pensa che Gesù sia il giardiniere. Come tutti gli equivoci del quarto Vangelo, anche questo è carico di significati. Infatti Gesù è il giardiniere/Sposo, sceso nel suo giardino per incontrare la sorella sua sposa e inebriare tutti del suo amore (cfr. Ct 5,1). Nelle acque della morte ha passato la notte; per questo il suo corpo è bagnato di rugiada, i suoi riccioli di gocce notturne. Ora è lì, dalla sua diletta, e bussa (Ct 5,2) perché apra gli occhi e lo riconosca.

Il giardino, con i suoi odori, fa da scenario al Cantico dei Cantici. La sposa stessa è per lo Sposo un giardino pieno di profumi, «con mirra e aloe e tutti i migliori aromi» (cfr. Ct 4,12-16). Anche lo Sposo, a sua volta, è per lei sacchetto di mirra e grappolo d'uva (Ct 1,13s), melo tra gli alberi del bosco (Ct 2,3).

Signore. Maria lo chiama Signore, anche se ancora non sa che è colui che va cercando.

se tu lo portasti. Proprio lui, lo Sposo che ha dinanzi, ha portato il suo corpo nella notte e l'ha immerso nello Sheol, dando prova del suo amore più forte della morte (Ct 8,6b).

dimmi. Maria interroga l'unico che è in grado di darle risposta. E gli chiede: «Dimmi, amore dell'anima mia, dove vai a pascolare il gregge, dove lo fai riposare al meriggio, perché io non sia come vagabonda dietro i greggi dei tuoi compagni» (Ct 1,7). Non vuole che lui. Senza di lui è vagabonda. Non trova casa presso nessuno dei suoi compagni, fossero anche luminosi come angeli.

dove lo ponesti. Il corpo che Maria cerca, senza nominarlo tanto è per lei ovvio, non è più dove l'abbiamo posto noi (19,42), dove fu posto Lazzaro (11,34) e dove, presto o tardi, tutti siamo posti. Il Signore ha portato il suo corpo fin dentro la morte per porlo davanti agli occhi di Maria, come sua vita.

e io lo leverò. Come può, lei da sola, levare quel corpo che Giuseppe levò dalla croce per porlo nel sepolcro, assistito da Nicodemo? Ma l'amore è capace di portare ogni peso, perché nulla al mondo pesa quanto l'amore. Solo se Maria leva il corpo del suo Signore, è levata la pietra da quel sepolcro che è il suo cuore. 

v. 16: le dice Gesù: Mariam! Se finora nel racconto è chiamata Maria, adesso Gesù la chiama in aramaico: «Mariam!». È il suo nome, detto da una voce familiare e inconfondibile: «Una voce! il mio diletto!» (Ct 2,8a). Egli viene come un cerbiatto, saltando per i monti e balzando per le colline (Ct 2,8b): viene per tirar fuori dal recinto di morte la sua amata. Egli la conosce e la chiama per nome; e lei riconosce la voce di colui che ha esposto, disposto e deposto la sua vita per lei, per riprenderla di nuovo (cfr. 10,1ss).

Prima di lei solo Lazzaro (11,43) e Filippo (14,9) sono stati chiamati per nome. Seguirà «Simone di Giovanni», chiamato nel finale per tre volte (21,15.16.17). All'ascolto del proprio nome dalla bocca del Verbo, Lazzaro esce dal sepolcro alla vita, Filippo dall'ignoranza alla conoscenza del Volto, la sposa dal lutto all'incontro con lo Sposo, il rinnegatore dal pianto di colpa alla gioia del perdono.

Nella voce del Signore che ci chiama per nome, scopriamo chi siamo noi per lui: «Ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni» (Is 43,1b), «Tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo» (Is 43,4a). Non solo do tutto per te (cfr. Is 43,4b): do anche me stesso. Chiamare semplicemente per nome, senza aggiungere altro, significa dire: «Tu sei per me e io per te».

Questa chiamata si compirà pienamente alla fine, quando il Signore ci chiamerà a sé e ci darà il nostro nome nuovo (Ap 2,17). Ma già ora questo nome, uscito dalla sua bocca (cfr. Is 62,2), ci fa passare dalla morte alla vita: ci fa venire alla luce della nostra verità. Nasciamo come creature nuove, perché «il mio diletto è per me e io per lui» (Ct 2,16; 6,3; 7,11).

voltatasi. La sposa si era già voltata verso il giardiniere (v. 14). Ora si volta ancora: «Volgiti, volgiti, Sulammita; volgiti, volgiti: vogliamo ammirarti» (Ct 7,1). Lo Sposo, e anche noi suoi amici, vogliamo ammirare la bellezza di chi lo cerca e lo trova.

rabbunì. Mariam lo riconosce al suono della voce che dice il suo nome; e gli risponde in aramaico. Il giardiniere è il suo Gesù che conosce. L'identità di voce è l'identità di persona, inconfondibile come un melo tra gli alberi del bosco (Ct 2,3). Non lo chiama «Gesù», ma «rabbunì», nome che si dà, oltre che al maestro, anche allo sposo. Maria ha davanti Gesù di Nazareth, suo maestro e sposo.

Nel giardino risuonano «grida di gioia e di allegria, la voce dello sposo e quella della sposa». Ad esse segue il canto di coloro che lodano l'amore eterno di Dio, che ristabilisce la sorte del suo popolo (Ger 33,11). Qui si compie infatti la nuova alleanza tra Dio e il suo popolo. Mariam e Gesù sono la coppia primordiale dell'umanità nuova, soli nel giardino al mattino di Pasqua. Anche il loro letto è verdeggiante (Ct 1,16b).

che si dice: Maestro. L'evangelista traduce per il lettore la parola rabbunì, sottolineando che significa maestro. Intende così evidenziare che Mariam è discepola di Gesù. In lei si compie il cammino del discepolato. I primi due discepoli, alla domanda: «Che cercate?», avevano risposto: «Rabbì (che si dice Maestro), dove dimori?» (1,38). Ora sappiamo che dimora nell'amore compiuto. Questo amore è la nostra vera dimora (cfr. 15,9).

Il Signore, Sposo e Maestro, è Gesù, la Parola diventata carne, il Figlio venuto incontro ai fratelli per riportarli al Padre. In lui si compie l'alleanza definitiva tra Dio e uomo: il cielo è aperto sulla terra (cfr. 1,51), la creazione si congiunge con il suo Creatore. 

v. 17: dice a lei Gesù: Non (continuare a) toccarmi. L'imperativo presente negativo ordina di interrompere un'azione in corso: smettila di toccarmi. Il verbo «toccare» in Giovanni ricorre solo qui.

Mariam, dopo essersi alzata nel buio e aver attraversato la città in cerca dell'amato del suo cuore, oltrepassate le guardie, lo trova: «Lo strinsi fortemente e non lo lascerò, finché non l'abbia condotto in casa di mia madre, nella stanza della mia genitrice» (Ct 3,4). La sposa finalmente abbraccia lo Sposo. Ma Gesù le dice che questo è solo il fidanzamento, anticipo dell'unione definitiva. Questa sarà dopo. Ora c'è un cammino da fare, il suo stesso, per essere con lui.

infatti non sono ancora salito al Padre. Queste parole non sono di immediata comprensione. Per Giovanni la croce è già Gloria: è l'ora del suo trasferirsi da questo mondo al Padre (cfr. 13,1). Come mai adesso, che è già risorto, dice di non essere ancora salito al Padre?

In realtà il Figlio è già asceso al Padre. Con la sua morte è andato a prepararci un posto e ha promesso che sarebbe venuto a prenderci con sé, perché anche noi siamo dove lui è (14,2s). Ora che è risorto compie la promessa: torna a noi con la forza del suo Spirito, perché anche noi andiamo là dove lui da sempre è. Solo quando saremo anche noi nella dimora del Padre suo e nostro, ci sarà l'abbraccio definitivo.

La «salita» al Padre, della quale parla, non è tanto la sua, quanto quella dei suoi fratelli, ai quali ha mostrato la via (14,4). Questa via, che è la verità della vita (cfr. 14,6), è il Gesù terreno, il Maestro: la sua «carne» insegna a ogni carne il cammino verso il Padre. Tutta la storia, personale e universale, ormai non è che il ritorno del creato al suo Creatore, nella carne del Figlio.

Non dobbiamo trattenere Gesù per condurlo nella stanza della nostra madre. Lo riporteremmo ancora nel sepolcro, la terra da cui è appena uscito. Dobbiamo invece seguirlo nella casa del Padre suo celeste, che è ormai anche nostro. Lì si consumano le nozze. Solo al termine del cammino, nostro e di tutti, ci sarà l'unione piena, anticipata nell'abbraccio della Maddalena e di quanti, come lei, lo amano.

ora va' dai miei fratelli. L'abbraccio con il Risorto diventa invio verso i suoi fratelli. È l'unica volta che Gesù chiama i discepoli «i miei fratelli». Ci ha resi tali assumendo la nostra carne e vivendo in essa la pienezza dell'amore. Compiuta la sua missione di Figlio, comincia la nostra di suoi fratelli, che diventiamo figli amando come lui ci ha amati. Egli non è più visibilmente con noi, ma è presso di noi, anzi in noi, con il suo Spirito (14,16s) perché, andando verso gli altri, compiamo la nostra

«salita» al Padre. Il Cristo totale, il corpo del Figlio nella sua statura piena (Ef 4,13), sarà presso il Padre quando tutti gli uomini, suoi fratelli, saranno uno nell'amore (cfr. 17,22s).

di' loro. Mariam è inviata ad annunciare a coloro che sono inviati ad annunciare: è apostola degli apostoli, superapostola. È la donna sposa e madre, figura della Chiesa, che con il suo annuncio apre agli altri la propria esperienza di vita. Le sue parole, secondo Lc 24,11, parvero agli apostoli un «vaneggiamento» e non le credettero. Fino a quando uno non fa esperienza personale, tutto è senza senso.

salgo al Padre mio e Padre vostro e Dio mio e Dio vostro. L'innalzamento di Gesù sul Calvario è già il suo ritorno al Padre. Il tempo dopo la sua croce è il tempo della nostra risurrezione. In esso, accogliendo il suo amore, noi passiamo dalla morte alla vita perché amiamo gli altri (cfr. 1Gv 3,14). Proprio così diventiamo suoi fratelli e figli del Padre: il Padre suo diventa Padre nostro, il Dio suo Dio nostro.

«Padre vostro e Dio mio e Dio vostro», senza articolo, sono attributi dell'espressione «il Padre mio», con l'articolo. Con questo nome Gesù chiama Dio.

Mariam, come la Chiesa, annuncerà ai fratelli quel Dio che nessuno mai ha visto: è «il Padre mio» di Gesù, il Figlio unigenito che si è fatto nostro fratello perché il Padre suo diventi anche Padre nostro e Dio nostro. È l'alleanza definitiva: il Signore diventa nostro Dio e noi il suo popolo (cfr. Ger 31,33).

Con queste parole Gesù ci fa comprendere, attraverso Mariam, il suo nuovo modo di essere con noi. Noi ora lo «tocchiamo» andando verso gli altri e testimoniando quanto lui ha detto. Il testo seguente specificherà che è una testimonianza di amore e di perdono, che scaturisce dalla pace e dalla gioia dello Spirito. Cosi si realizza nella storia la salita del Figlio al Padre con tutti i suoi fratelli, fino a quando la sua casa sarà piena (cfr. Lc 14,23) e Dio sarà tutto in tutti (1Cor 15,28). 

v. 18: viene Mariam la Maddalena. Nel suo volgersi ai fratelli, la Maddalena è chiamata Mariam: realizza il nome con il quale Gesù l'ha chiamata. Sembra che lasci l'amato. In realtà il suo andare verso gli altri è compimento della presenza di colui che è amore.

annunciando ai discepoli: Ho visto il Signore. Se gli angeli nel sepolcro non annunciano il Risorto, Mariam stessa diventa l'angelo della risurrezione e annuncia: «Ho visto il Signore». L'altro discepolo vide i segni e credette che il Signore è risorto (v. 8). Mariam invece ha visto il Signore stesso; e continua a vederlo (il perfetto indica un'azione compiuta, il cui effetto perdura). «Vedere», termine che esprime l'incontro dei testimoni oculari con il Risorto, è un vedere reale, anzi realissimo, e insieme trascendente: «Il Signore operò negli occhi del loro corpo ciò che si operava in loro con gli occhi del cuore» (Gregario Magna). Vedere il Risorto con gli occhi della carne è proprio dei primi testimoni, vederlo con gli occhi del cuore è per chiunque lo ama.

L'incontro con Gesù fa risorgere Mariam. Lei lo vede, secondo la sua promessa: «Voi mi vedete, perché io vivo e voi vivrete» (14,19). E la nuova vita è la sua stessa di Figlio, rivolto ai fratelli come al Padre.

Mariam, come poi i discepoli al v. 25, sintetizza la sua esperienza dicendo: «Ho visto il Signore!». Però nel racconto, più che il vedere – al v. 14 si paria di contemplare, ma senza riconoscere –, l'autore pone in risalto quegli aspetti che portano anche il lettore a incontrare il Signore: l'amore che sosta al sepolcro, il piangere (vv. 11bis.13.15), il cercare «dove}} sta l'amato (vv. 12.13.15), il volerlo levare con sé e, infine, il chiamarsi per nome, il toccarlo e la missione di annunciare ai fratelli la salita al Padre.

e che le disse queste cose. L'annuncio di Mariam passa dal discorso diretto a quello indiretto. «Ho visto il Signore» è la testimonianza del suo incontro, che fonda la nostra fede. «Queste cose}}, che le ha detto, sono le parole sulla sua salita al Padre, che riguardano la missione di ciascuno di noi.

I racconti della risurrezione iniziano con Maria che cerca il Signore e non lo trova. Non è più nel sepolcro e non sa «dove}} l'hanno posto. La domanda del «dove» pervade il primo incontro con il Risorto come il primo incontro con il Gesù terreno (cfr. 1,35-39). Ora Mariam sa «dove» è il Signore. Il suo luogo non è più il sepolcro, ma ogni luogo dove c'è un fratello, con il quale salire al Padre suo e Padre nostro, Dio suo e Dio nostro. Il Signore abita nel vortice di amore e di vita che ci attira tutti a lui.

Qui si chiude il primo incontro con Gesù Risorto. Potrebbe finire anche il Vangelo, perché sappiamo che la storia continua nella testimonianza di chi l'ha incontrato, fino a quando al mondo c'è un fratello che ancora non conosca di essere amato dal Padre con lo stesso amore del Figlio (cfr. 17,23).

Ma l'evangelista vuol mostrare il modo in cui questa testimonianza prosegue. Dopo l'aspetto personale esplicita quello comunitario e mette in rilievo i grandi doni del Risorto: la pace e la gioia, lo Spirito e il perdono. Per questo la storia degli incontri prosegue lo stesso giorno per i fratelli riuniti a Gerusalemme, si ripete l'ottavo giorno per chi allora non c'era e si prolunga nella missione dei sette discepoli sul mare di Tiberiade. Ogni incontro evidenzia come la gloria del Figlio, data ai suoi fratelli (cfr. 17,22), si propaga per il mondo intero per giungere fino a noi, lettori e a nostra volta annunciatori del Vangelo.

 

3. Pregare il testo

a. Entro in preghiera come suggerito nel metodo.

b. Mi raccolgo immaginando il giardino, vicino al sepolcro.

c. Chiedo ciò che voglio: l'incontro con il Signore.

d. Traendone frutto, guardo e ascolto le persone: chi sono, cosa fanno, cosa dicono.

 

Da notare:

  • Maria piangente fuori dal sepolcro
  • si china e vede due angeli nel sepolcro dove giaceva Gesù
  • donna, perché piangi?
  • levarono il mio Signore e non so dove lo posero
  • si voltò indietro e vide Gesù, in piedi, senza riconoscerlo
  • donna perché piangi? chi cerchi?
  • Signore, se tu lo portasti, dimmi dove lo ponesti e io lo leverò
  • le dice Gesù: Mariam!
  • Rabbunì!
  • non continuare a toccarmi
  • non sono ancora salito al Padre
  • ora va' e annuncia ai fratelli
  • salgo al Padre mio e Padre vostro e Dio mio e Dio vostro
  • Mariam annuncia ai discepoli: Ho visto il Signore.


4. Testi utili

Sal 30;45; Cantico dei Cantici; Ger 31; Ez 36,1ss;Ap 21-22.


AUTOR: P. Silvano Fausti

 

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